Dressing design, l’architettura di un abito

Antidesign, controdesign, radical design: queste le espressioni che definIranno la contestazione alla fine degli anni sessanta.

Il radical design, più che un movimento è stato un atteggiamento, uno strumento di lotta e di ricerca, teso a modificare la struttura dell’intero sistema, e per questo motivo ha riguardato non solo il campo delle arti figurative, ma quelli dell’intera realtà sociale, tra cui la moda.

A metà strada tra il sistema della moda e il mondo del design, il dressing design viene descritto come “un’esperienza di progettazione urbana, dove sperimentare la nuova dimensione di una cultura collettiva”.

La moda quindi, intesa come il nuovo linguaggio estetico rivolto alle città, attraverso cui tentare di instaurare una comunicazione sociale.

La progettazione guarda non alla realizzazione di abiti di moda – in conflitto con i meccanismi di invenzione individuale degli stilisti – ma all’invenzione di abiti-base, secondo un meccanismo artigianale gestito dallo stesso consumatore, con cui creare la moda.

Oggetto d’indagine resta l’abito, inteso però come “struttura” e in relazione con il corpo umano, piuttosto che con i parametri legati al gusto e allo stile.

Uno sguardo al passato

L’evoluzione della moda è stata nel corso del tempo il risultato dell’influenza dei principali eventi del novecento, e dei conseguenti cambiamenti socio-culturali.

Storicamente il sistema moda nasce con i sarti-creatori nei loro atelier, città d’elezione: Parigi.

Il sarto era una figura di raccordo tra creatività e conoscenza tecnica, che in base alle proprie capacità, trasformava la silhouette di un corpo ideale in un modello sul manichino, da tradurre in due dimensioni sul tessuto e assemblare, prova dopo prova.

Nel fare ciò, indumenti con determinate caratteristiche di modellazione e mediante un uso più o meno accentuato di elementi costrittori (stecche, elastici, allacciature, stringhe..) si imponevano a turno quali canone di eleganza.

Le collezioni erano segrete e venivano presentate stagionalmente a una élite di compratori e giornalisti accreditati. Non erano ammesse foto e solo ai giornalisti era concesso descrivere le linee che avrebbero caratterizzato la stagione.

A vendite avvenute, le riviste di moda attraverso i grandi fotografi raccontavano, durante la stagione, gli abiti sfoggiati dalle mannequin, accentuandone l’aspetto mitico.

In questo modo, ogni epoca ha avuto le sue linee caratterizzanti, spesso tralasciando aspetti legati al comfort e alla salute.

I principali  innovatori del ventesimo secolo hanno invece sempre e felicemente proceduto in direzione opposta, proponendo ad esempio l’eliminazione del busto (Poiret), o l’utilizzo del tessuto in sbieco (Madame Vionnet).

Ancora oggi, nell’abito di tipo sartoriale, lo studio della modellazione si relaziona con una matrice, il modello base, realizzato in taglia.

L’abilità del modellista sta quindi nel dosare la linea senza allontanarsi dalle misure canoniche della vestibilità, dettata dal sistema delle taglie che, per il pronto moda è codificato internazionalmente, mentre per la sartoria tradizionale è definito sulla base delle misure del cliente.

Stilista o designer, quali differenze?

Lo stilista lavora in funzione di un sistema legato a tendenze e stagionalità, proponendo un’icona femminile che dovrebbe rappresentare il proprio stile.

Il lavoro del designer punta invece più verso la ricerca tecnologica, e la costruzione dei suoi abiti avviene in maniera indipendente dalla silhouette sartoriale e dalla temporalità.

Il suo progetto è in funzione di un particolare uso, oppure si focalizza sulla forma, in relazione a un contesto estetico comune ad altri settori (design del prodotto d’arredo, architettura, grafica, tendenze artistiche).

Le soluzioni proposte dal designer possono essere in risposta a determinate problematiche epocali, come le tematiche connesse alla sostenibilità o l’offerta a determinate nicchie di consumatori.

La creazione di moda con un approccio progettuale

In sintesi, queste sono le linee guida del designer:

  • Portare il concept al centro della propria ricerca. Viene messa per iscritto la sintesi del progetto (concept) che si vuole realizzare.
  • Rottura del rapporto abito-corpo e conseguentemente degli schemi stereotipici del fashion.
  • Progettare l’abito come un oggetto.
  • Accentuare l’aspetto performativo dell’abito rendendolo atemporale e autonomo rispetto al sistema delle tendenze e della stagionalità, e conferendogli un valore di continutà e funzionalità, in contrapposizione all’abito di moda. Nella relazione cioè degli abiti con lo spazio e il tempo questi si  svincolano dall’ età di chi lo indossa, da clima e stagioni. La performatività si presenta come la capacità di trasformazione della forma e della funzione e come molteplicità di soluzioni nello stesso indumento.
  • Assicurare una creazione dell’abito in termini di progetto, e non di solo stile.
  • Intuire l’abito come uno spazio abitabile.
  • Preferire un metodo di fabbricazione industriale.
  • Conferire una struttura non anatomica ai capi progettati; eventualmente ricercare dimensioni volutamente diverse rispetto le misure del corpo.
  • Cercare un superamento delle regole sartoriali.
  • Considerare l’importanza della fibra tessile in relazione al benessere del corpo.

Approfondimenti

Nanni Strada Lezioni. Moda-design e cultura del progetto (2013)

Avanguardie anni sessanta e settanta

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